14 Novembre 1976 – Il canto del nome divino

14 Novembre 1976 

Discorso Divino di Bhagavan Sri Sathya Sai Baba

Il canto del nome divino

[1] Ecco quali sono i nove passi per procedere lungo la via della devozione
a Dio. Il primo passo è śravanam, l’ascolto delle storie che
rivelano la gloria del Signore; il passo successivo è kīrtanam, cantare
in gruppo a voce alta e in modo melodioso il nome e lo splendore di
Dio; poi c’è viṣṇusmaraṇam, il ricordo costante e continuo di Dio;
quindi segue pādasevanam, il servizio offerto ai Suoi piedi; e ancora
arcanam, adorazione; vandanam, venerare il Signore con umiltà e
gratitudine attraverso la purezza di pensiero, parole e opere;
dāsyam, l’atteggiamento di servo dedito e fedele verso Dio; sakhyam,
l’intimo e costante rapporto di amicizia con il Signore; infine, l’ultimo
passo è ātmanivedanam, l’abbandono del sé individuale al Sé
Supremo e Universale.
Ascoltate, oh uomini! Rallegratevi di questo kali yuga, perché non
c’è epoca più propizia di questa per ottenere la liberazione! Soltanto
il ricordo e l’adorazione del nome del Signore sono sufficienti per
conquistare la Sua grazia e salvarvi!
“Quello è cattivo, quello è buono!” Come si possono esprimere simili
giudizi su qualcosa della creazione di Dio, se tutti sono manifestazioni
della Sua Volontà?
[2] Incarnazioni del puro Sé!
Il 23 novembre scorso, persone da tutte le parti del mondo si sono
riunite a Praśānti Nilayam per celebrare il giubileo d’oro, e i membri
attivi dei Centri Sai sono venuti qui per partecipare alla seconda
Conferenza Mondiale e ad altre funzioni.
In seguito, molti hanno espresso il desiderio che venisse indicata
una data entro la fine dell’anno in cui celebrare, a casa loro, la lieta
ricorrenza del giubileo. Per non deluderli è stato deciso che in tutti i
Centri del mondo si tenessero i bhajan con il canto dei nomi divini,
per 24 ore a partire dalle ore 18.30 di sabato (che era ieri) sino alle
18.30 della domenica; perciò in 42 Paesi del mondo più di 7000 Centri
hanno seguito con entusiasmo questa bella pratica che è stata
chiamata akhaṇḍa bhajan, ovvero ‘canti devozionali senza interruzione’.
Ma è stato realmente un akhaṇḍa bhajan? È iniziato alle 18.30 di un
giorno ed è terminato alle 18.30 del giorno dopo, possiamo perciò
definirlo ‘senza interruzione’? Che cos’è un periodo di 24 ore se
consideriamo la vastità dell’universo e l’eternità del tempo? È soltanto
un breve attimo, l’infinitesima parte della vita di un uomo
sulla terra. Pur avendo ripetuto il nome di Dio per un solo giorno,
voi sostenete di aver cantato i bhajan ‘senza interruzione!’ L’akhaṇḍa
bhajan deve essere continuo come il respiro stesso, se vuole meritare
quel nome!
[3] Dovete esaminare a fondo il vero significato del saṁkīrtan in cui
vi siete impegnati. Kīrtan significa cantare a voce alta le glorie di
Dio; saṁkīrtan è il canto che scaturisce dal cuore, non dalle labbra o
dalla lingua. È il gioioso sentimento che sgorga dal cuore quando si
ricorda la gloria di Dio, è l’espressione spontanea dell’estasi interiore
che non presta attenzione alle lodi o alle critiche degli altri, né
cerca l’ammirazione o l’apprezzamento di chi ascolta; è il canto che
si esegue per la propria gioia, per la propria soddisfazione. Solo il
kīrtan di un così alto grado merita di essere chiamato saṁkīrtan.
Cantare con intenso anelito per Dio e trarre gioia dall’adorarlo contribuisce
a purificare l’atmosfera. Oggi l’uomo è costretto a respirare
l’aria contaminata dai suoni che esprimono violenza, odio, crudeltà
e malvagità, perciò perde rapidamente i risultati elevati che
sono in serbo per lui. Le vibrazioni del canto e della ripetizione del
nome divino che scaturiscono dal cuore ripuliscono l’atmosfera
rendendola pura e calma, e con tale nobile proposito è stato deciso
di organizzare il saṁkīrtan globale!
Nessuno può sfuggire agli effetti dell’aria inquinata che respira; i
suoni che produciamo, con intenti buoni o cattivi, si diffondono nell’aria
attorno a noi: questa è la nostra esperienza quotidiana; infatti i
suoni prodotti dalle stazioni radio attraversano l’atmosfera e raggiungono
le nostre case, se siamo sintonizzati.
Le vibrazioni percorrono grandi distanze e influenzano la natura di
chi le assorbe; l’atmosfera influisce anche sul cibo che l’uomo consuma.
L’inquinamento atmosferico viene assorbito dalle piante che
forniscono i cereali che sono la base dell’alimentazione, così il cibo
plasma il carattere e la condotta di chi lo consuma. Quando l’ambiente
è pulito ed esente da vibrazioni negative, anche il cibo è puro
e chi lo assume tende a essere amabile e semplice; così l’akhaṇḍa bhajan
è stato diffuso in tutto il mondo per ripulire l’atmosfera.
[4] Se un uomo cade in un pozzo, a cosa gli serve controllare la voce,
le emozioni e sussurrare quietamente: “Sono caduto nel pozzo.
Sono in grave pericolo; per favore mi salvate?” Nessuno riuscirà a
sentirlo o a salvarlo. Egli deve gridare a gran voce, con tutta l’angoscia
che sta provando e con il forte desiderio di essere salvato: “Sono
caduto nel pozzo! Salvatemi! Che qualcuno mi salvi!” Solo così
potrà sperare di ricevere soccorso.
Analogamente, se siete presi nelle spire del mondo, se siete precipitati
nel pozzo profondo della sofferenza secolare, gridate con tutta
la vostra forza e con tutto il cuore, in modo da essere salvati da Dio.
Non serve a niente mormorare timidamente e fievolmente: “Salvami,
salvami! Mi sto dibattendo in questo saṁsāra, nell’oceano dell’illusione.”
Se invece la preghiera viene gridata con fervore e con tutto
il cuore, l’aiuto sarà assicurato!
Il saṁkīrtan o il canto dei bhajan è di quattro tipi: guṇa saṁkīrtan, līlā
saṁkīrtan, bhāva saṁkīrtan, nāma saṁkīrtan; guṇa significa attributi o
qualità (di Dio), perciò guṇa saṁkīrtan è l’adorazione attraverso il
canto dei molteplici attributi di Dio: la Sua onnipresenza, onniscienza,
compassione, maestà, ecc.
Līlā significa ‘gioco divino’, perciò līlā saṁkīrtan significa venerare
attraverso il canto le varie manifestazioni dei Suoi giochi divini, così
come è stato rivelato dai Saggi di tutte le fedi. Infine, bhāva significa
attitudine (della mente), perciò bhāva saṁkīrtan significa adorare
Dio con il canto, dipingendolo con emozioni e sentimenti diversi.
Alcuni preferiscono adorarlo come il Dispensatore di equanimità,
molti come Amico, Guida e Guardiano, altri come il Bambino che
uno ama e cura, altri ancora come l’Innamorato che viene amato
con amore supremo.
Nāma significa il nome di Dio, e nāma saṁkīrtan vuol dire adorare
Dio invocandolo con vari nomi che descrivono la Sua gloria, le Sue
gesta e la Sua relazione con l’uomo.
[5] I nomi sono innumerevoli ed è così in tutte le lingue; ci sono
molte ‘ghirlande’ composte da 1008 nomi che possono essere recitate
perché Dio, come dichiarano i Veda, ha ‘migliaia di teste, di occhi
e di piedi’. I devoti possono adorarlo e trarre gioia dall’adorazione
colmando ogni nome del valore e del significato che gli sono propri.
Con qualsiasi nome si chiami Dio, la via della devozione è la più
facile e la più efficace perché è una disciplina del cuore, dalla quale
scaturisce amore e servizio verso tutti i compagni pellegrini che sono
in cammino per raggiungere la stessa meta divina.
Molti si chiedono se sia appropriato invocare Dio attraverso tale infinità
di nomi, ma ogni nome rappresenta solo un aspetto della Divinità.
Ad esempio, l’occhio, il naso, la bocca, la mano o il dito possono
essere indicati con parole distinte, ma appartengono tutti allo
stesso individuo. Così bisogna ricordare che ogni nome non è che
un aspetto, una parte, un raggio del Supremo. La vera disciplina
consiste nel riconoscere ed essere consapevoli dell’Uno che sostiene
‘i molti’: quella è la preziosa gemma di saggezza che dovete custodire
accuratamente e di cui fare tesoro.
[6] Tuttavia c’è un ladro che si occulta nella coscienza interiore dell’uomo
e progetta di derubarlo di questa rara gemma: il ladro è il
desiderio. Dopo aver ottenuto quello che desideriamo, ecco che la
cupidigia, complice di quel ladro, si fa avanti e ci spinge a desiderare
qualche altra cosa. Se non riusciamo a ottenere l’oggetto dei nostri
desideri, ecco che un altro complice, l’ira, salta fuori e ci incita a
odiare e a danneggiare quelli che sospettiamo abbiano intralciato i
nostri progetti.
Certo, non potete eliminare istantaneamente tutti i desideri dalla
mente, ma dovete alimentare l’unico desiderio prescritto dai Veda;
essi stabiliscono per l’uomo quattro obiettivi: dharma, retta condotta,
artha, ricchezza, kāma, desiderio, e mokṣa, liberazione. Poiché il pri-
mo e l’ultimo sono difficili da raggiungere senza praticare il distacco
e la rinuncia ai piaceri sensoriali, l’uomo li ha subito scartati considerandoli
‘impraticabili’, e in tutti i paesi e a ogni latitudine lotta
con i due di mezzo: la ricchezza e il desiderio.
La paura e l’infelicità della vita possono essere attribuite a questo
fatale errore; quello che si può fare è mettere in relazione tra loro i
quattro obiettivi prendendoli a coppie: ottenere la prosperità (artha)
per mezzo della retta condotta (dharma), e usare la ricchezza così
acquisita per promuovere la rettitudine; infine coltivare il desiderio
(kāma) per la liberazione (mokṣa), e fare in modo che quest’ultima sia
l’unico desiderio.
[7] Liberazione significa sbarazzarsi di ogni schiavitù. Molti abbandonano
casa e famiglia, moglie e figli, proprietà e possedimenti e
fuggono nei più remoti recessi della foresta per poi inorgoglirsi delle
loro ‘rinunce’. Ma questa fuga non può essere considerata tale, e
il gesto in sé non può conferire la liberazione se la mente è ancora
vincolata e attaccata.
La schiavitù fondamentale di cui liberarsi è ajñāna, l’ignoranza di
base. La morte è sicuramente più dolce della schiavitù che l’ignoranza
infligge all’uomo. Sradicate l’ignoranza e sarete liberi, in quel
preciso istante sarete liberati da tutti i vincoli. Tutte le discipline
spirituali hanno come obiettivo la liberazione; così anche il nāma
saṁkīrtan vi aiuta a liberarvi dell’ignoranza di base insita in voi.
Chi fa affidamento solo sulla ragione o sulle limitate leggi della
scienza sostiene che la ripetizione del nome divino, dopo tutto, è
solo un suono e non può purificare né correggere la mente umana.
Ma il nome non è soltanto ‘suono’. Ad esempio, voi siete seduti qui
tranquillamente e ascoltate, ma se qualcuno pronuncia la sola parola
‘scorpione’, v’impaurite; se uno invece dice ‘succo di limone’, vi
viene l’acquolina in bocca. Se siete seduti davanti a un bel piatto di
leccornie, ma se uno dei presenti parla di cose sporche o disgustose,
vi sentite inclini a rifiutare quel cibo; infatti il semplice suono crea
innumerevoli reazioni.
Un funzionario statale era andato in una scuola a ispezionare il lavoro
svolto da un certo insegnante; il funzionario, che aveva un
chiaro disprezzo per le chiacchiere, chiese all’insegnante: “Come
puoi trasformare la natura di questi bambini con le parole che pronunci?
Mostralo con i fatti, agisci, ma non parlare!” L’insegnante
protestò e disse che le parole esercitano una grande influenza sulla
mente, così la loro discussione continuò a lungo.
Alla fine, l’insegnante decise di simulare una messinscena per convincere
il funzionario che il suo punto di vista era corretto. Quindi
ordinò all’alunno più monello della classe: “Vieni qui, prendi quest’uomo
per il colletto e caccialo fuori della classe.” All’udire quelle
parole, il funzionario andò su tutte le furie e cominciò a coprire
d’insulti l’insegnante! Allora quest’ultimo esclamò: “Signore, ho
pronunciato solo poche parole, ma nessuno vi ha buttato fuori né vi
ha sfiorato o fatto del male. È stato soltanto un suono! Vedete però
quanto vi ha fatto arrabbiare? Pertanto le parole aiutano a modificare
il carattere e hanno un grande potere.”
[8] Se poche parole relative a situazioni secolari esercitano un tale
effetto sulla mente, le parole che trasmettono un elevato significato
spirituale contribuiranno certamente a purificare e a correggere la
mente dell’uomo.
Se colmiamo l’aria di asprezza, anche noi acquisiremo una natura
dura e aspra; se colmiamo l’atmosfera di odio, anche noi saremo costretti
a respirare quella stessa aria e a nostra volta saremo odiati. Se
riempiamo l’aria con suoni di riverenza, umiltà, amore, coraggio,
auto-stima e tolleranza, noi stessi trarremo beneficio da tali qualità.
Il cuore è la pellicola e la mente è l’obiettivo: girate l’obiettivo verso
il mondo e immagini mondane e secolari rimarranno impresse nel
cuore. Girate l’obiettivo verso Dio, ed ecco che trasmetterà immagini
del Divino.
Fate sempre il bene, vedete il bene, ricordate il bene e siate buoni.
Non cercate di scoprire o di parlare del male presente negli altri,
poiché esso andrà a contaminare la vostra stessa mente. Se vi sforzate
di trovare le colpe e i difetti altrui, sappiate che state lastricando
la strada per sviluppare in voi stessi quei medesimi errori e vizi.
Sforzatevi di vedere solo il bene negli altri e col tempo tale attitudine
si trasformerà in un pregio, perché la bontà latente in voi verrà
stimolata a germogliare e a fiorire.
[9] Se pregate: “Svāmī, per favore, vieni nei miei sogni questa notte!”
– c’è una probabilità che possiate avere quella fortuna e visualizzare
Svāmī nei vostri sogni. Ma se pregate dirigendo l’attenzione
su cose negative: “Svāmī non far comparire un maiale o un asino
nei miei sogni” – con tutta probabilità il maiale e l’asino si presenteranno
nei vostri sogni. Perché prestare attenzione a cose che non
servono e da cui non traete alcun beneficio? Ogni pensiero lascia
un’impressione nella mente, perciò siate sempre vigili affinché il
contatto con il male sia scrupolosamente evitato.
Idee contrarie alle aspirazioni spirituali che limitino il raggio
d’azione dell’amore, che provochino rabbia e cupidigia, che causino
disgusto, ebbene devono essere rigorosamente respinte. Per l’aspirante
spirituale questa disciplina è essenziale, quindi deve sublimare
e scartare i pensieri negativi prima che creino un impatto sulla
mente e vi lascino delle impressioni; deve invece concentrarsi sulla
sorgente del pensiero, e ciò può essere raggiunto praticando l’equanimità,
la semplicità e l’equilibrio. Tale attitudine è la caratteristica
del saggio o jñāni, ed è detta jñāna śakti, il potere della saggezza.
Certo, non è facilmente raggiungibile! La via della devozione e del-
la dedizione, bhakti mārga, è la più facile per la maggior parte degli
aspiranti, e può essere acquisita attraverso l’amore, poiché l’amore
conduce rapidamente alla meta!
[10] Un giorno Nāmadeva, noto per la sua costanza nel seguire la
via della devozione attraverso la continua ripetizione del nome divino,
e Jñānadeva, famoso per la sua padronanza della via della
saggezza e della conoscenza, stavano attraversando insieme una fitta
giungla. Entrambi erano assetati ma non riuscivano a trovare acqua
da nessuna parte, nonostante le estenuanti ricerche.
Alla fine si imbatterono in un vecchio pozzo in rovina che aveva
ancora un po’ di acqua sul fondo, ma essi non avevano alcun mezzo
per scendere lungo le ripide pareti del pozzo. Allora Jñānadeva usò
il suo potere; si trasformò in un uccello che volò giù e bevve sino a
placare la sete, poi tornò a essere Jñānadeva.
Nāmadeva, invece, si affidò al potere del nome; si sedette sul bordo
del pozzo e invocò Nārāyana con grande angoscia. Dio rispose alla
sua preghiera: l’acqua si sollevò sin dove era seduto, così Nāmadeva
la raccolse fra le mani e appagò la sua sete; non ebbe bisogno di
trasformarsi per poter bere.
Se Dio è invocato con una preghiera che scaturisce dal cuore, anche
una sola volta, Egli risponderà immediatamente. Ma oggi la preghiera
emana solo dalle labbra, non ha in sé sincerità né fede. Dalle
labbra, la preghiera deve tornare indietro sulla lingua; dalla lingua
deve scendere nella gola; dalla gola deve arrivare giù sino al cuore;
perciò solo una costante disciplina spirituale può garantire il successo
in tale sforzo.
[11] Voi dovete diventare come un neonato, senza inibizioni, artifici
o stratagemmi. La madre, dopo aver lasciato il piccolo nella culla a
pian terreno, può essere occupata con i suoi lavori domestici al
primo piano della casa, ma se il bambino lancia un grido e piange
per paura o per fame, la mamma accorre per prendere il piccolo fra
le braccia, per coccolarlo, nutrirlo e confortarlo. La madre non resterà
lontano solo perché il suo pianto non è melodioso.
Allo stesso modo, la Madre dell’Universo non calcolerà quanto yoga
avete praticato, non conterà quante volte avete fatto girare il rosario
ripetendo un mantra, o quanto tempo avete dedicato alla disciplina
spirituale. Si può conquistare la Sua grazia con un’invocazione sincera
che scaturisca dal cuore. L’uomo trova sempre più difficile invocare
la suprema sorgente del potere e della grazia con spontaneità
e sincerità perché la sua vita è diventata pateticamente artificiale.
Kāmadhenu1, la mucca sacra, può essere legata a un palo per mezzo
di una fune. Anche Dio può essere attirato verso di voi mediante la
fune del nome e legato al palo (la lingua). Allora il Suo nome danzerà
sulla vostra lingua per sempre e conferirà la dolcezza della Sua
Maestà.
Il nome va cantato o recitato per conferire gioia, per placare la vostra
sete, per appagare la vostra fame. Nessuno mangia per soddisfare
la fame di un altro, nessuno assume farmaci per alleviare i malanni
altrui. Pertanto non badate a quello che gli altri pensano della
vostra meditazione o del canto dei bhajan.
Non cercate l’approvazione, l’apprezzamento o l’ammirazione degli
altri, e non astenetevi dal meditare o dal cantare i bhajan perché alcuni
disapprovano o deridono le vostre pratiche. Abbiate fiducia in
voi stessi, siate autonomi e sicuri di voi. Guardate con i vostri occhi,
ascoltate con le vostre orecchie. Oggi, molti credono alle loro orec-
chie ma non ai loro occhi, o si affidano agli occhi, alle orecchie e
persino alle menti altrui, e così precipitano nella paura e nell’errore.
[12] Considerate quanto segue: qui cantate i bhajan due volte al
giorno, ma mangiate quattro volte al giorno! Ricorrete agli esercizi
fisici per rendere il corpo forte e sano e coltivate i cereali che vengono
usati per rinforzare il corpo, ma la meditazione è altrettanto
indispensabile per rinvigorire la mente in modo che, in un momento
di debolezza, non debba cedere alla lussuria, alla cupidigia, all’ira,
all’odio e all’orgoglio. Se il corpo è ben sviluppato ma la mente
è labile, è un caso da clinica psichiatrica. Il cibo è per il corpo e per
la mente, ed entrambi devono essere dedicati alla realizzazione di
Dio, alla Verità che è al di là di tutte le verità.
Frequentare persone buone e passare tutto il tempo disponibile in
loro compagnia (satsaṅg) sarà di grande aiuto all’aspirante spirituale.
Voi venite plasmati dalla compagnia che frequentate: un pezzo
di ferro si riempirà di ruggine se sta nella terra, ma brillerà, si ammorbidirà
e prenderà forme utili se starà in compagnia del fuoco.
La polvere può volare se sceglie il vento come amico, ma finirà come
melma in un fosso se preferisce l’acqua. La polvere non ha ali né
piedi, tuttavia può volare, sollevarsi o posarsi, secondo l’amico che
sceglie.
Conoscendo questa verità, il grande poeta mistico Kabīr2 disse: “Mi
inchino davanti ai cattivi, mi inchino davanti ai buoni.” Quando gli
chiesero perché facesse così, egli rispose: “Mi inchino ai cattivi in
modo che mi lascino in pace, mi inchino ai buoni affinché rimangano
sempre vicino a me.”
[13] Qui c’è un carbone infuocato, a una certa distanza c’è un carbone
spento e freddo; se i due vengono a contatto, il calore si diffonderà
anche al carbone freddo, tanto che la parte a contatto diverrà
calda e rossa. Però, se usate una ventola per fare vento, l’intero
pezzo di carbone si trasformerà rapidamente in brace ardente.
Il solo ‘essere vicini’ (near) non basta a ottenere la realizzazione; bisogna
essere anche ‘cari o amati’ (dear3), grazie alla ventola della disciplina
spirituale. Con il potere della pratica spirituale l’uomo diventa
divino. I Veda affermano che chi conosce il Brahman diventa
il Brahman stesso. Il carbone, una volta avvicinatosi al fuoco, diventa
il fuoco stesso.
Disciplina spirituale significa coltivare prema, il puro amore. Siate
colmi di amore, assaporate la gioia che l’amore sa conferire. L’uomo
è amore personificato, ha sete di amore e trova la vera gioia nell’amare
e nel ricevere amore disinteressato.
Voi avete dimenticato la vostra vera natura che è amore, così esprimete
infelicità, odio e gelosia; non siate mai di cattivo umore, depressi
o tristi, fate in modo che tutti vi vedano esuberanti di amore,
luce e gioia. Non nutrite passioni o pregiudizi, ira o ansietà. Seguite
la disciplina della ripetizione del nome, il nāma saṁkīrtan, e il cammino
sarà piacevole e senza incidenti.
L’iniziativa di cantare i bhajan senza interruzione per 24 ore (akhaṇḍa
bhajan) in tutto il mondo ha diffuso il messaggio d’amore attraverso
i nomi dell’Incarnazione dell’Amore Universale; ha colmato l’atmosfera
dei pensieri di Dio, della pace e della gioia che Egli elargisce. I
bhajan che avete cantato qui hanno esercitato una forte influenza
non solo su questa particolare regione, ma trasformeranno l’intera
atmosfera.
Continuate con tale attitudine di devozione e umiltà, di servizio e
tolleranza e l’atmosfera non sarà contaminata dall’odio. Non inquinate
l’aria con parole piene di astio, maldicenza, insulti o calunnie;
rimanete in silenzio quando vi sentite di esprimere simili idee, e
questo già di per sé è un servizio reso a voi e agli altri.
[14] La vita è una canzone, cantala! Ecco quello che Kṛṣṇa insegnò
in tutta la Sua vita. Arjuna sentì quel canto sul campo di battaglia,
dove le tensioni erano al massimo livello e quando il destino di milioni
di uomini doveva essere deciso con la spada. Kṛṣṇa cantò la
Gītā affinché Arjuna ascoltasse; Gītā significa ‘canzone’ ed Egli cantò
perché, ovunque si trovasse, era ānanda, beatitudine divina: nel
gokulam4, sulle sponde del fiume Yamunā o sul kurukṣetra5 tra le armate
belligeranti.
Anche voi dovete trascorrere i vostri giorni nel canto, fate che tutta
la vostra vita sia un bhajan. Convincetevi che Dio è ovunque, sem-
pre e in ogni momento, e traetene forza, benessere e gioia cantando
la Sua Gloria alla Sua Presenza.
Lasciate che la melodia e l’armonia scaturiscano dal vostro cuore in
modo che tutti possano trarre gioia dall’amore che voi esprimete
attraverso il canto dei bhajan.

Praśānti Nilayam, 14.11.1976